LA "CONA" SICILIANA
UNA ANTICA TRADIZIONE
Oggi vogliamo presentarvi una antica tradizione messinese e della zona peloritana. La Cona o Cuna di Natale, ovvero un caratteristico addobbo natalizio, peloritano in particolare, che fino a poco tempo fa (ripensate alla vostra infanzia) e ancora oggi in casa di nonne e zie, si allestisce nelle case in ambiente domestico, in luoghi di riunione o in spazî aperti lungo le vie dei centri abitati. La Cona consiste in un addobbo natalizio molto suggestivo, più simbolico che scenico. Esso è la rappresentazione di una grotta molto particolare, per accogliere Gesù Bambino, realizzata con erbe e arbusti selvatici di stagione come l’asparago selvatico (spina pulicia), i corbezzoli (‘mbriacheddi), le felci e decorata con i frutti colorati che la natura offre in inverno mandarini, limoni, arance. Se tornate indietro con la memoria ricorderete sicuramente che le nostre nonne nell’approntare il loro presepe preparavano la grotta proprio con i rami di asparagina intrecciati, e lungo il sentiero che conduceva ad essa ponevano accanto ai pastori arance, mandarini e limoni. Era un modo di unire due tradizioni, CONA e PRESEPE.
Probabilmente infatti l’allestimento della cona potrebbe essere addirittura una tradizione antecedente a quella del presepe, correlata ad antiche usanze contadine, di un territorio con profonda vocazione agricola. In effetti la parola “CONA” probabilmente deriva dalla parola greca “icona”, un termine che si usa proprio per indicare un’immagine, generalmente sacra, divenuta nel tempo oggetto dell’addobbo. Dall’antica cultura greca e successivamente nella cultura degli antichi romani in prossimità del solstizio d’inverno si festeggiava la “Sigillaria”, una festa nella quale si donavano raffigurazioni dei Lari, ovvero statuine di terracotta raffiguranti parenti defunti e divinità, da porre nei “larari” molto simili agli altarini odierni. Tale festa aveva un profondo significato propiziatorio e si offrivano alle divinità venerate, soprattutto in casa, prodotti e primizie di stagione a richiedere la protezione per la propria famiglia e il favore divino per il nuovo anno agricolo che doveva iniziare. Inoltre il termine latino “CUNA” significa “culla” e rappresenta il giaciglio di Gesù Bambino. Per cui nel tempo la CONA o CUNA è divenuta un altarino votivo eretto in onore di Gesù Bambino, a cui si offrono le primizie di stagione. Il punto focale della CONA è il Santo Bambino o la Sacra Famiglia, attorno a cui si allestisce una composizione di vegetazione con rami e frutti e altre parti di piante facenti parte del paesaggio siciliano, a formare una grotta.
In molti paesi del catanese lungo le strade si decoravano con questi elementi naturali le edicole votive, tuttora presenti nelle città siciliane, inspirate al culto della fede cristiana e che dunque rappresentano immagini della Sacra Famiglia o della Madonna con Gesù Bambino. Tale usanza era molto sentita tra la gente e anche Giovanni Verga ce ne tramanda l’importanza in un brano de “I Malavoglia”. Durante la Novena del Natale, nei giorni dal 16 alla notte del 24 dicembre, esattamente nove giorni, si recitava e cantava la “novena”, il periodo più vicino all’attesa del Natale, che ricorda i nove mesi della gestazione di Gesù. In questi giorni i NONAREDDI (o anche NANAREDDI) e gli zampognari si spostavano da una Cona all’altra per intonare canti tradizionali, nenie, melodie e filastrocche dette “novene”, ossia brani caratteristici dei giorni precedenti al Natale, attinenti alla storia e alla nascita di Gesù Bambino. Ancora oggi si tramanda l’espressione popolare “Ti mangiasti ‘na cona”, rivolta a chi mangia con particolare voracità o abbondantemente anche cibo non suo. Infatti alla fine della novena, la notte di Natale, la frutta posta a decorazione della cona si mangiava tutti insieme, ma poteva anche capitare che qualcuno, approfittando del fatto che la cona fosse incustodita, andasse a cibarsi di nascosto di quanto vi era posto sopra senza permesso, poiché purtroppo i bambini non erano abituati a tutta quella abbondanza, infatti spesso i frutti della cona erano poi destinati e offerti ai più poveri.
Al giorno d’oggi insegnare ai più piccoli ad allestire una cona, partecipare e cantare le novene è una tradizione molto importante. Attraverso la rappresentazione visiva del Natale vissuto con la semplicità dei nostri avi possiamo e dobbiamo mantenere dei punti di contatto fra passato, presente e futuro. Abbiamo il dovere di mantenere e rendere ancora oggi vivo il nostro antico patrimonio religioso e popolare, determinante per la nostra identità culturale, per arricchire le generazioni future di un bagaglio culturale dalle potenzialità enormi, che sia punto di partenza verso nuovi orizzonti. Il fascino della modernità molto spesso ci induce a pensare che tutto quello che proviene dal passato non sia altrettanto allettante o che non meriti più la nostra attenzione. Tuttavia RI – SCOPRIRE che nella semplicità e nella pochezza dei mezzi dei nostri nonni e bisnonni si celava il vero significato del Natale non può che essere un valore aggiunto alla frenesia di un mondo che muove affari milionari attorno alla festa più importante dell’anno, il Natale di Gesù Bambino, di cui probabilmente in molti, non ricordano più l’origine. Se qualche parte della Sicilia, ancora oggi nel 2025 ci ricordiamo e prepariamo la Cona con arance, limoni e mandarini è per non dimenticare quel tempo in cui si aveva meno ma si condivideva di più, così proprio come i pastori fecero con Gesù.













